lunes, 28 de marzo de 2022

Fossero nati in Italia, Mbappè e Lukaku non avrebbero potuto vestire la maglia della Nazionale

 Fossero nati in Italia, Mbappè e Lukaku non avrebbero potuto vestire la maglia della Nazionale. Se la FIGC non combatte vere battaglie politiche, il calcio italiano merita di perdere competitività

Fossero nati in Italia, Mbappè e Lukaku non avrebbero potuto vestire la maglia della Nazionale. Se la FIGC non combatte vere battaglie politiche, il calcio italiano merita di perdere competitivitàTUTTOmercatoWEB.com
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IERI ALLE 10:05EDITORIALE
di RAIMONDO DE MAGISTRIS  
Nato a Napoli il 10/03/88, laureato in Filosofia e Politica presso l'Università Orientale di Napoli. Lavora per Tuttomercatoweb.com dal 2008, è il vice direttore dal 2012

Kylian Mbappè è figlio di padre camerunese e madre algerina. Romelu Lukaku è figlio di genitori congolesi, Olkay Gundogan è figlio di genitori turchi. Potrei andare avanti così per ore ma sono i primi tre esempi - tra i più eclatanti - di giocatori che in Italia non avrebbero potuto far parte della Nazionale mentre altrove sì. Mbappè è campione del Mondo con la Francia, Lukaku è il centravanti della nazionale numero uno del Ranking FIFA, Gundogan ha oltre 50 presenze con la Germania. Poi ci siamo noi, quelli del 'dobbiamo cambiare tutto' dopo ogni fallimento così da non dover cambiare nulla, anche se la multiculturalità fa parte da anni della nostra quotidianità ci giriamo dall'altra parte: mia figlia, 4 anni, è circondata nella sua scuola materna da compagni di classe figli di genitori che non sono nati in Italia. E' la nostra realtà e lo sport - se vuole davvero fare cultura, se vuole restare al passo coi tempi - dovrebbe farsi promotore di battaglie politiche, anche sconvenienti. Anche quando soffia il vento del razzismo, quello più penalizzante e pericoloso dei buu negli stadi.

Molti di quei giocatori presenti nei nostri settori giovanili che giovedì sera Gravina ha definito 'stranieri' sono in realtà ragazzi nati in Italia da genitori stranieri o arrivati in Italia in tenera età. Italiani al 100% come noi: parlano la nostra lingua, in molti casi conoscono solo il nostro paese. Eppure per ottenere il passaporto italiano - e quindi far parte del calcio italiano - devono attraversare un tunnel che spesso non ha via d'uscita perché noi - a differenza di quanto accade in Francia, in Belgio, in Germania, in Spagna, in Portogallo... - siamo quelli che allo Ius Soli preferiscono il Medioevo.
Oggi più o meno funziona così: due persone che arrivano in Italia - a volte per scelta, più spesso per salvare la loro vita, ancor più spesso per trovare una opportunità di vita dignitosa - solo dopo 10 anni di residenza legale possono chiedere la cittadinanza: dopo quella richiesta ci vogliono altri 5 anni e solo dopo, i figli, possono chiedere a loro volta passaporto. Oppure a 18 anni un ragazzo nato in Italia da genitori stranieri (senza cittadinanza) può fare richiesta di cittadinanza e anche in questo caso - se tutto va liscio - ci vogliono 5 anni. Come può questo iter conciliarsi con un percorso sportivo? Ovviamente non può. Tra maggiore età e lunghissimi tempi burocratici il ragazzo nella migliore delle ipotesi è già diventato calciatore papabile per un'altra nazionale. Nella peggiore, non gli abbiamo offerto una occasione. Ora il paradosso è che molti di questi ragazzi sono nei nostri settori giovanili: si allenano in virtù dello ius soli sportivo e vengono anche chiamati ai raduni, ma poi non possono essere convocati nelle varie Under. Perché per la convocazione serve la cittadinanza che, come abbiamo visto, è un'altra storia. Ben più lunga.

La domanda che mi faccio è semplice: se il presidente della FIGC non si interessa di queste battaglie politiche, di cosa si dovrebbe interessare? Gravina in questi mesi si sta occupando solo di sostenibilità economica. Non è poco, ma tutt'altro che tutto: il numero uno della FIGC dovrebbe soprattutto dare una prospettiva al calcio italiano. La critica a un sistema di cui lui è al vertice è insensata, è come se un Presidente del Consiglio - dopo tre anni e mezzo di mandato - si lamentasse di cosa non ha fatto il Governo. In questo editoriale ho preso in esame una criticità: quella che, in teoria, dovrebbe essere la più urgente da risolvere ma che in pratica viene sistematicamente ignorata. Ce ne sarebbero tante altre: la riduzione delle squadre professionistiche, grande cavallo di battaglie delle campagne elettorali di Gravina, il cambio di format, gli stadi o anche, ad esempio, il Decreto Crescita. Perché anche qui: ci si lamenta del fatto che si acquistano sempre più giocatori dall'estero, sia per la prima squadra che per il settore giovanile. Lo si fa, però, sapendo perfettamente che comprare dall'estero in termini di tassazione costa meno e che a comprare i giocatori non sono delle onlus ma delle società di calcio che naturalmente guardano al loro tornaconto. Chi dovrebbe guardare al tornaconto generale è la Federazione, è la FIGC a dover interloquire col Governo e ottenere risultati. Non l'Inter, il Milan, il Cittadella o la Pro Vercelli.

Torno all'argomento principale e chiudo con un articolo. Una intervista di Malù Mpasinkatu che mi ha fatto notare un procuratore che da anni lavora in Italia e si batte per questi temi. L'intervista recita così: "Nascono tanti ragazzi che si sentono italiani a tutti gli effetti, molti parlano la lingua addirittura con l'influenza dialettale del luogo di nascita, ma la legge attuale li fa sentire italiani di serie "B". Spesso nello sport ci meravigliamo quando vediamo nazioni come la Francia, Inghilterra, Germania, Belgio, Olanda, Spagna, Portogallo avere formazioni multietniche, e che su queste tematiche non si sollevano polveroni come qui in Italia. Va bene giustificare il tutto dicendo che qui da noi l'immigrazione è un fenomeno giovane, ma è una scusante per non affrontare con un metodo deciso questo fenomeno". Piccola postilla: è datata 8 maggio 2013. Sono trascorsi nove anni e questa dichiarazione è attuale oggi come allora. Chissà quanti ragazzi abbiamo perso, magari qualcuno di loro ci avrebbe pure evitato la figuraccia del Barbera...

jueves, 24 de marzo de 2022

La llamada "normalización" Fernando Luis Egaña

 La llamada "normalización"


Fernando Luis Egaña


La "normalización" de la que se habla en Venezuela es un espejismo o más bien una estafa. Al menos con respecto a los cambios radicales que hacen falta para que la nación entre en un camino hacia la democracia política, la justicia social y la economía productiva real. 

 

En verdad, la "normalización" es que la hegemonía siga imperando con una dolarización a las patadas, con algunas burbujas de opulencia comercial, y con la misma retórica de siempre: pronto, pronto, las cosas cambiarán para mejor. 


En lo político, la "normalización" significa la aceptación del poder establecido, despótico por naturaleza, y habilidoso para repartir algo del botín y montar votaciones fraudulentas, aliñadas con "diálogos" inútiles; todo lo cual maquilla al régimen y ofrece guarimba a los sectores opositores que no quieren luchar por la democracia, pero que encubren su comodidad o su cobardía. 


En lo económico, la dolarización a las patadas, beneficia a la élite y empobrece, aún más, a la base social. Digamos las cosas por su nombre: quien tiene dólares, bien o mal habidos, aguanta y hasta prospera con los enchufes correspondientes. 

Quien no tiene dólares, o se come un cable o se lanza a la delincuencia. ¿O no?


En lo social, Venezuela padece una catástrofe humanitaria, imposible de superar con la llamada "normalización". Entre la intimidación o represión del poder, y el conformismo de muchos de los que están llamados a enfrentarlo, lo que se cultiva es un inmovilismo político, desconectado del rechazo y la protesta social. 


Si alguien duda, los millones de venezolanos que se van del país, debería ser una prueba suficiente. 


La llamada "normalización" es el continuismo del presente: despotismo y depredación. Esa no es la Venezuela que el pueblo necesita para salir adelante.

lunes, 21 de marzo de 2022

UNA POSICIÓN RACIONAL FRENTE AL TOTALITARISMO. I POR JOSÉ GREGORIO CONTRERAS

 

UNA POSICIÓN RACIONAL FRENTE AL TOTALITARISMO. I

POR JOSÉ GREGORIO CONTRERAS

El profesor de ciencia política, Juan J. Linz enseña que: “Lo que distingue a un régimen como democrático no es tanto la oportunidad incondicional para expresar opiniones, sino la oportunidad legal e igual para todos de expresar todas las opiniones y la protección del Estado contra arbitrariedades, especialmente la interferencia violenta contra ese derecho. Nuestra definición de democracia no abarca regímenes que pueden haber recibido el apoyo de una mayoría pero no han sido capaces de presentarse ante la sociedad para que esta lo revalidara”.

Sin duda alguna, constituye ello, una referencia imprescindible, la brújula y la carta de navegación para saber si navegamos por aguas democráticas; aunque debo decir que, cuando se analizan en profundidad los elementos que el connotado maestro Linz plantea como requerimientos del concepto de democracia, para comprender lo que ocurre en Venezuela, concluimos reafirmando la idea de que la fenomenología política presente en la realidad venezolana no es pasible de explicación por las categorías de una ciencia política normal, de modo que, consciente de la ruptura paradigmática impuesta por esta realidad, suelo decir, a mis estudiantes del doctorado de ciencia política en la Universidad Central, que el mejor doctorado en este ámbito académico se hace actualmente en Venezuela.

Sin ánimos de contradecir al connotado maestro Linz sino de complementar su andamiaje conceptual, debo enfatizar que esta categorización que él realiza, en términos de las exigencias con las que debe cumplir un régimen para ser considerado democrático, en Venezuela presenta problemas de rendimiento teórico, se quedó corta y por tanto insuficiente para explicar un fenómeno político de mayor complejidad que los estudiados por el maestro para arribar a sus conclusiones y formular sus constructos.

Nadie negará que en Venezuela se celebran eventos electorales, pero entre nosotros la discusión no reside en ese hecho. Discutimos, fundados también en marcos conceptuales y en la ética que el Estado venezolano propugna en la Constitución, la imposibilidad de llamar elecciones, en los órdenes político y axiológico, a estos eventos que se presentan violentos, amañados en todas sus etapas y en los que no hay verdadera competencia; digamos que más allá del modelo conceptual empleado por Linz, el régimen asumiéndose democrático y pretendiendo tal reconocimiento, se presenta a esos eventos para imponerse a sus adversarios, con “elecciones” que tienen los vicios señalados, en las que no existen garantías legales y políticas para proponer alternativas con derechos concomitantes de libertad de asociación, libertad de expresión, garantías electorales y mucho menos transparencia y neutralidad del ente electoral.

Todo ello sin mencionar las grandes erogaciones que se realizan para inducir divisiones que, junto a todos los demás recursos empleados, encuentran el terreno fértil para falsas victorias en la falta de honestidad y en el deshonor de “verdaderos pranes partidistas” y experimentados oportunistas que ven zafras donde los demás incautos solo ven elecciones. Lo ocurrido en Barinas, sin desmeritar el heroico esfuerzo del pueblo barines, luce paradigmático y también emblemático para explicar todos los tópicos de un manual que existe y se usa, pero que nadie ha tenido el valor de reconocer y menos publicar.

Nadie podrá negar la violación de derechos y garantías políticas en Venezuela, materializadas en la exclusión de partidos políticos: impidiéndose su legalización; mediante nuevas y convenientes reglamentaciones o mediante la judicialización de conflictos internos verdaderos o inducidos por quienes han premeditado sus desenlaces. Y materializadas también a través del perverso método de las inhabilitaciones políticas de candidatos dirigidas contra aquellos adversarios del régimen con altas probabilidades de obtener el triunfo.

Lo cierto es que los elementos que integran el cuadro descrito con anterioridad, no obstante la ocurrencia periódica de las llamadas “elecciones”, son indicadores inequívocos e indiscutibles de que nos encontramos frente a un régimen totalitario que hasta a la fecha se ha asumido de izquierda.

(Digamos, entre estos paréntesis, que no se sabe si en la actualidad, por imitación y/o conveniencia, esté el mismo acariciando la idea de asumir públicamente su tránsito hacia un totalitarismo de capitalismo salvaje y oligárquico, lo cual sería un verdadero gesto de sinceridad que lo develará como lo que en realidad es: un régimen totalitario de extrema derecha, valga decir, el fascismo que hoy nadie duda en atribuir a Putin, pues también existe una derecha honesta, emprendedora, seria y responsable, de la cual este régimen está a años luz).

Ahora bien, en cualquier caso, resulta pertinente recuperar para estas líneas lo que sobre esos regímenes totalitarios dice Linz: “Ningún sistema que pueda ser llamado totalitario, en el sentido propio de la palabra, se ha venido abajo por causas internas, incluso aquellos sistemas que han experimentado transiciones suficientes como para ser descritos como regímenes autoritarios postotalitarios”. Y agrega algo más: “El sistema nazi e incluso la dominación fascista en Italia  -que puede considerarse como un totalitarismo que no llegó a realizarse plenamente- fueron derrotados solo por la derrota militar por los aliados”.

Teniendo claro el consejo de Linz acerca del totalitarismo y el panorama de la complejidad política venezolana, que exige ir más allá de ciertas categorías comprensivas que se muestran deficitarias ante ella o que no tienen la capacidad para explicar la realidad de un totalitarismo que intenta encubrirse haciendo mal uso de instituciones de la democracia, luce nuestro país como un excelente lugar para ampliar horizontes y romper con la rigidez y formalidad de estas categorías que impiden identificar la verdadera naturaleza del fenómeno observado y eventualmente llamar las cosas por su nombre.

Es en este sentido que veo a Venezuela como uno de los mejores lugares del mundo para hacer doctorados en ciencia política. Tanto en el ámbito teórico como en el de la praxis política, el hibrido de un totalitarismo que se sustenta (mas no se legitima) en instituciones de la democracia, nos emplaza a repensar estos conceptos, a superarnos en ingenio y creatividad, sin dejar de ser realistas en el campo de la política y menos sin perder la valentía para disentir con un considerable número de “demócratas” dialogantes y cooperantes, propensos y proactivos para participar en toda ZAFRA ELECTORAL propuesta por sus operadores políticos, mejor dicho tontos útiles que han claudicado para preservar el privilegio de seguir bebiendo Whisky y viviendo vidas que no pueden pagar.

También he considerado y aquí lo voy a reiterar, que el hecho de estar en un contexto distinto y además ante distintas formas de proceder no impide que la visión totalitaria siga siendo la misma. Los totalitarismos, cualquiera que sea las formas (o las apariencias democráticas) que adopten, cuentan con fórmulas históricamente probadas para permanecer en el poder y los hombres y mujeres que los sostienen no pueden dejar de emplearlas porque esas fórmulas se corresponden con su naturaleza y vocación totalitaria y porque estos no tienen el menor interés en que pase algo que les impida seguir ejerciéndolo. Siempre habrá una excusa para justificar esa permanencia en el poder y en la actualidad la novedad es que estos regímenes de fuerza recurren a seudo elecciones para intentar legitimarse en un mundo que saben globalizado, postnacional e interdependiente, sin autarquías ni soberanías absolutas e incluso con tendencias a la desestatalización.  Continuará.

martes, 15 de marzo de 2022

COME FUNZIONANO IL MERCATO E IL SALARY CAP IN NFL? REDAZIONE 8 feb 202211:10

 

COME FUNZIONANO IL MERCATO E IL SALARY CAP IN NFL?

 10 min. di lettura
Tom Brady NFL Tampa Buccaneers 2022Getty

Ore di dirette televisive con indiscrezioni, cifre, strategie. Esclusive e ipotesi di ogni tipo per settimane. Bene, dimenticatele.

Il mercato nella National Football League (NFL) – la lega nordamericana di football americano – è qualcosa di completamente diverso rispetto a quanto siamo abituati in Europa, nel calcio soprattutto.

La differenza più netta e ingombrante? Un giocatore non può essere acquistato – né evidentemente ceduto – per soldi.

A regolare la situazione in NFL, come in tutti gli sport americani di altissimo livello professionistico, vige il Salary Cap, una serie di regole economiche per bilanciare le forze in campo ed evitare spese folli.

Mahomes Rodgers NFL Kansas Packers

I TERMINI DA CONOSCERE E SIGNIFICATO

Navigare nel mondo del mercato della NFL e del football americano non è semplice, ancora meno per chi come noi è abituato al sistema europeo. Tra Salary Cap, Draft, Trades e altri termini, sono diverse le situazioni da comprendere al meglio prima di tuffarsi nel mondo dei trasferimenti interni alla NFL.

TermineSignificato
FranchigiaOgni società operativa in NFL è in realtà una franchigia
RosterE' la rosa dei giocatori a disposizione dell'allenatore in una stagione
DraftConsiste nella scelta dei migliori giovani provenienti dal college da mettere sotto contratto. Una franchigia per volta, a ordine inverso rispetto all'ultima classifica di stagione regolare, fa la propria chiamata offrendo al giovane in questione un contratto.
Salary CapLa spesa massima stagionale che una franchigia può sostenere per gli stipendi dei giocatori nel roster.
TradeSono gli scambi tra due società. Questi possono prevedere solo giocatori o anche turni di chiamata al Draft negli anni successivi.
Free AgentUn giocatore diventa free agent una volta terminato il proprio contratto con una franchigia.
TagIl Tag è una sorta di jolly da poter usare su un giocatore in scadenza - e quindi verso la Free Agency - ritenuto fondamentale. Quella che nel calcio sarebbe una prelazione o una opzione sul contratto del giocatore.

COME FUNZIONA IL MERCATO IN NFL

Non potendo comprare o vendere giocatori in base a un’offerta economica in denaro, i proprietari delle franchigie NFL – e i rispettivi dirigenti – si devono muovere di strategia, astuzia e programmabilità.

Per muovere i giocatori in NFL si utilizzato le “Trades”, ovvero gli scambi, ma anche i contratti fatti firmare a un giocatore hanno un’importanza capitale, facendo diventare un atleta “free agent” al termine dello stesso.

COS’È UNA TRADE IN NFL?

Un giocatore di NFL può cambiare squadra durante l’anno – ma solo entro l’ottava settimana di gioco – solamente con una “Trade”. Uno scambio tra le due società implicate nell’accordo che però non preveda somme di denaro.

PER GIOCATORE O SCELTA

La scelta può ricadere su uno scambio di giocatori, alla pari o inserendone più di uno per compensare il valore del professionista in questione.

Altrimenti nei discorsi di Trade tra due franchigie NFL possono essere inserite le scelte al Draft degli anni successivi, ovvero l'evento attraverso cui ogni anno le società riescono a mettere sotto contratto i giovani migliori provenienti dai college. Una franchigia può "pagare" un giocatore rinunciando al proprio turno di chiamata cedendolo alla società cedente.

Una cosa non esclude l’altra: per acquisire via trade un giocatore, una società può mettere sul piatto uno dei suoi elementi del roster più un numero di scelte ai Draft successivi.

football americano NFL 2021-22

COME FUNZIONA LA FREE AGENCY IN NFL

Un giocatore al termine del proprio contratto con una franchigia diventa un “Free Agent” e quindi libero di trattare un accordo con una nuova squadra.

Una società può rendere un giocatore Free Agent portandolo a scadenza di contratto, ma anche tagliandolo o rescindendo l’accordo.

Tre classificazioni di Free Agent nella NFL

  • UFA (Unrestricted free agents)
  • RFA (Restricted free agents)
  • EFA (Exclusive rights free agents)

UNRESTRICTED FREE AGENTS

I giocatori "Unrestricted", ovvero senza limitazioni, sono tutti quegli atleti che in una finestra ufficiale di mercato in NFL non hanno vincoli con qualche squadra e sono perciò liberi di accettare eventuali offerte di contratto da qualsiasi franchigia. 

Una società può iniziare a cercare un accordo con questo tipo di giocatori "free agent" già a partire da due giorni prima del via ai trasferimenti.

RESTRICTED FREE AGENTS

Sugli atleti di football americano free agent, ma che rientrano nella categoria "restricted" pende una restrizione per volere dell'ultima squadra in cui il giocatore ha militato. Questi giocatori possono ascoltare offerte da qualunque altra società, ma la franchigia di appartenenza in questione ha una opzione per il rinnovo contrattuale del giocatore che scatta automaticamente qualora la stessa arrivasse a pareggiare l'offerta migliore ricevuta dal tesserato.

La NFL ha imposto anche una sorta di risarcimento ala squadra di appartenenza qualora quest'ultima non riesca a pareggiare l'offerta fatta al giocatore. Il risarcimento prevede l'obbligo da parte della franchigia pronta ad acquistare il giocatore "Restricted" di regalare una scelta al Draft come parziale ricompensa.

ESEMPIO DI RESTRICTED FREE AGENT IN NFL

  • Tom Brady diventa restricted free agent con Tampa Bay Buccaneers e può ricevere offerte da chiunque;
  • I New England Patriots gli offrono 10 milioni all'anno per due anni.
  • Se Tampa offre altrettanto, Brady resta a Tampa altrimenti passa a New England che in cambio è obbligata a offrire a Tampa una scelta al Draft come indennizzo.

EXCLUSIVE RIGHTS FREE AGENTS

In questa categoria rientrano tutti quegli atleti che sono in scadenza di contratto con la società di appartenenza, ma che non hanno ancora completato almeno tre stagioni complete con una squadra.

Tutti questi giocatori non possono trattare in autonomia con altre franchigie, ma devono rimettersi al volere della società di appartenza e in questo caso le soluzioni sono due:

  • Rinegoziare l'accordo con l'ultima franchigia di appartenenza
  • Restare senza squadra per l'intera stagione

Buccaneers NFL

COSA SONO I TAG NEL MERCATO NFL?

Ogni franchigia della NFL ha a disposizione un solo "Tag" all'anno, una sorta di jolly da poter usare su un giocatore in scadenza - e quindi verso la Free Agency - ritenuto fondamentale.

Utilizzando questo Tag, da riscattare entro un periodo di tempo limitato, una squadra evita che un giocatore possa firmare con un'altra franchigia.

Ogni giocatore può essere taggato massimo tre volte dalla stessa squadra, con un aumento di stipendio annesso.

I diversi tipi di Tag

  • Franchise Tag Esclusivo
  • Franchise Tag non Esclusivo
  • Transition Tag

FRANCHISE TAG ESCLUSIVO

In questo caso il giocatore viene tolto dalla lista dei free agent e nessun'altra franchigia può richiederlo per tutto il periodo del mercato NFL.

In questa situazione l'accordo economico con l'atleta vale per un intero anno e lo stesso deve ricevere un aumento. Infatti il salario del giocatore non può essere inferiore al 120% dell'ultimo.

FRANCHISE TAG NON ESCLUSIVO

Se una franchigia sceglie di taggare un giocatore in maniera non esclusiva, quest'ultimo pur avendo su di sé la prelazione della propria società può trattare un accordo con altre società. In presenza di un'offerta esterna, la società deve scegliere tra:

Pareggiare l'offerta facendo scattare il tag - quindi la prelazione
Rinunciare alla prelazione in cambio della prima scelta al Draft della franchigia acquirente per due anni.

ESEMPIO DI FRANCHISE TAG NON ESCLUSIVO

  • Tampa Bay Buccaneers usano un Tag su Tom Brady non esclusivo
  • I New England Patriots fanno un'offerta di 10 milioni a Brady
  • Se Tampa pareggia l'offerta Brady resta, altrimenti Brady passa a New England e Tampa per le due stagioni successive chiamerà la prima scelta al Draft al posto dei Patriots.

Anche in questo caso per il giocatore con questo tipo di Tag è previsto un aumento salariale con il nuovo stipendio che non può essere inferiore al 120% dell'ultimo percepito.

TRANSITION TAG

La prelazione di transizione è una sorta di via di mezzo tra le opzioni precedenti, utilizzata solitamente per cercare di confermare un atleta nel roster ma senza dover sborsare lo stipendio massimo previsto.

Se un'altra franchigia decide di offrire un contratto a questo tipo di giocatore in scadenza, il club di origine ha sette giorni di tempo pareggiarla o rinunciare all'atleta.

palloni NFL football americano

IL DRAFT NEL FOOTBALL AMERICANO

Il modo più comune per le società NFL di mettere sotto contratto nuovi giocatori è il Draft, potendo scegliere ragazzi che si sono resi eleggibili con almeno due anni e mezzo di frequentazione alla high school o in NCAA.

Tutti i giocatori NCAA devono aver giocato come minimo tre anni al college, anche se alcuni giocatori vengono scelti da altre leghe come la Arena Football League.

Ogni franchigia manda un proprio rappresentante al Draft e l’ordine di chiamata si basa sui risultati della stagione precedente; le ultime due a chiamare sono quelle che hanno disputato il SuperBowl.

Per ogni rookie scelto la NFL assegna un bonus al Salary Cap della franchigia.

IL SALARY CAP IN NFL

La gestione del monte ingaggi in una franchigia NFL è uno dei fattori più importanti nelle operazioni societarie, al pari dell'allenamento e della valutazione dei giocatori.

DEFINIZIONE DI SALARY CAP

Il salary cap è uno strumento che stabilisce dei paletti e delle regole che le franchigie NFL si impegnano a rispettare per quanto riguarda la spesa per lo stipendio dei giocatori in un determinato anno.

Il Salary Cap permette alle società NFL di avere flessibilità nella gestione della liquidità.

Buffalo Bills NFL 2022

COME VIENE CALCOLATO

Il CBA (Collective Bargaining Agreement) ha fissato le percentuali delle entrate della NFL suddividendole tra proprietà e giocatori. Attualmente alle società viene riconosciuto il 53% da dividere, lasciando il 47% ai giocatori. Ogni franchigia deve spendere tutta la disponibilità stagionale.

Il 47% dei ricavi della NFL viene diviso per 32, ovvero il numero di squadre, impostando così il limite di spesa per gli ingaggi di ogni franchigia.

Per il 2022 il Salary Cap NFL è di 208.2 milioni di dollari con un aumento di circa 25 milioni rispetto al 2021.

LIMITE SFORATO? LE CONSEGUENZE

Va detto che è un evento piuttosto raro che una franchigia NFL superi il tetto salariale stagionale, ma può accadere e questo comporta delle conseguenze in base all'importanza dell'accaduto.

  • Multa
  • Rimozione scelte al Draft
  • Annullamento di contratti

In ogni caso la NFL vigila sulle Trades e le chiamate al Draft e può sempre intervenire rifiutando quegli scambi che potrebbero portare allo sforamento del Salary Cap.

SETTE GIORNI PER RIENTRARE

Allo stesso tempo sforare il Salary Cap si può, ma solo per un periodo limitato di tempo. La NFL infatti concede solitamente finestre di massimo sette giorni a una franchigia per effettuare dei movimenti di mercato per rientrare nei parametri.

In questi sette giorni la società non può ingaggiare altri giocatori

miércoles, 9 de marzo de 2022

El señor presidente Opinión | marzo 7, 2022 | 6:30 am. Alternative Text Carolina Jaimes Branger

 

El señor presidente

Opinión | marzo 7, 2022 | 6:30 am.

Vivimos en un mundo complejo, difícil, muchas veces irracional, violento, desesperanzador en ocasiones, turbio en otras, donde la calidad de ser humano tiene todas las de perder frente a los intereses económicos o políticos, en ese orden.

Ese mundo que en pleno siglo XXI debería haber aprendido las lecciones de la Historia sigue repitiendo sus errores. No en vano dicen que “el hombre es el único animal que tropieza dos veces con la misma piedra”. Y no solo dos, añadiría yo… tres, diez, cien… No aprendemos.

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Cuando el pueblo judío, después del Holocausto, estableció como lema de vida el “nunca jamás”, muchos pensaron que, en efecto, no permitiríamos como sociedad que algo así volvería a suceder. Y resulta que no solo volvió a suceder, sino que ya llevamos diecinueve genocidios después de la Shoá.

El primero comenzó el mismo año de la Segunda Guerra Mundial, con una limpieza étnica en Yugoslavia. El resultado fueron 570.000 muertos. Lo siguió el de Corea del Norte, que entre 1948 y 1994 dejó un saldo de 1.600.000 muertos y todavía sigue la razia en contra de quienes desean abandonar el país o quienes, simplemente, hagan cualquier cosa que disguste al régimen.

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Al de Corea del Norte lo siguió el de Biafra, en 1969, por temas de limpieza étnica: un millón de muertos es la cifra oficial de asesinados. El genocidio de Camboya, a manos del régimen de Pol Pot, en 4 años, entre 1975 y 1979, dejó 1.700.000 muertos. En 1975 también comenzó la purga en Etiopía, con 1.500.000 bajas. Y entre 1979 y 1982 la rebelión en Afganistán dejó casi un millón de fallecidos. Entre 1981 y 1983, la guerra civil en Guatemala contó 200.000 muertos.

En 1994, el terrible asesinato del 70% de la población tutsi en Ruanda fue un intento de exterminio de esa población por parte del gobierno hegemónico hutu de Ruanda. Se calcula que entre 500.000 y 1.000.000 de personas fueron asesinadas. En junio de 1995, 8.000 bosnios musulmanes fueron ejecutados en Srebrenica, antigua Yugoslavia, por un comando de serbios.

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Y el siglo XXI no se ha quedado atrás con su triste saldo de muertos en genocidios: Pakistán abrió el milenio con la “guerra de liberación de Bangladesh de la que aún no se conoce el número de bajas. En Darfur, al oeste de Sudán, en 2003 comenzó un genocidio por razones principalmente étnicas y ambientalistas (por control de los territorios) que aún persiste. Y siguen los genocidios: Costa de Marfil, Iraq, Yemen, Myanmar, China, Etiopía, Nigeria… y ahora, Ucrania.

No voy a extenderme en las causas de la guerra, porque el tema ha estado en el tapete desde que el monstruo de Vladimir Putin invadió el país.

“No es una invasión” ha repetido Putin hasta el hartazgo, es una “operación militar especial”. Pero el hecho real es que sí es una invasión y sí, se convirtió en una guerra. Los bombardeos han ido directo, además de las bases militares, contra objetivos civiles. El tiempo corre en contra de Putin y tiene que ganar sea como sea.

Frente a ese monstruo ha surgido una especie de súperhéroe: el presidente Volodimir Zelenski. “El” presidente.

Desde el primer día, Zelenski despuntó como el gran líder que es. Se ganó el respeto y la admiración de todo el mundo -con sus estúpidas excepciones, por desgracia- y ha sido el faro que ha iluminado a los ucranianos en esta atrocidad que están viviendo. «Yo sigo en la capital, mi familia está en Ucrania y mis hijos también. No somos traidores, somos ciudadanos de Ucrania», dijo hace un par de días, cuando los bots rusos corrieron el rumor de que había salido del país.

Su valentía es admirable y contagiosa. Su discurso es inclusivo, sencillo e inspirador. Su posición, férrea. No sabemos qué le deparará el destino, pero en cualquier caso, Zelenski ya se ganó su lugar en la historia como uno de los grandes hombres del siglo XXI. El señor presidente.

@cjaimesb